Johannes Bückler
Johannes Bückler

@JohannesBuckler

25 Tweets Mar 02, 2023
Grazie a Johannes ho potuto ascoltare Joan Baez cantare quella canzone al Festival di Woodstock nel 1969.
Un testo scritto nel 1925 dal giovane poeta americano Alfred Hayes che poi qualche anno dopo Earl Robinson adattò a una musica composta da lui.
“Stanotte ho sognato che ho visto Joe Hill /
Vivo come te e come me /
Dico: «Ma Joe, tu sei morto da dieci anni» /
«Non sono mai morto» fa lui /
«Non sono mai morto» fa lui ”.
In questo modo smise così di essere una poesia per diventare una poesia in musica.
Per questo Joan Baez ama cantare questa canzone.
Molti ignorano che Joe Hill non è una persona inventata, non è il prodotto di una fantasia, ma un uomo in carne e ossa, realmente vissuto.
Come lo so?
Lo so perché sono io.
Come dite?
Che ci faccio seduto, legato e mascherato su una sedia nel cortile di una prigione?
E perché ho un bersaglio di carta sul petto?
Rispondere non è facile.
So solo che a pochi metri da me dovrebbe esserci una tenda con cinque fori da cui fuoriescono cinque canne di fucile.
Uno di quei fucili è caricato a salve.
Io ci ho provato questa mattina a bloccare la porta della cella mettendo contro il materasso, ma lo sceriffo ha impiegato poco a buttare giù la porta.
Ed eccomi qui.
Cosa ho fatto per meritarmi questo?
Una lunga storia. Mettetevi comodi.
Non sono sempre stato Joe Hill.
In realtà mi chiamo Joel Emmanuel Hägglund, quarto di sei fratelli, e sono nato a Gävle, in Svezia, il 17 ottobre 1879.
Papà si chiamava Olof Hägglund e faceva il bigliettaio sulla linea ferroviaria Gävle-Dala.
Mamma si chiamava Margareta Katarina.
Arrivai in America nel 1902.
Già, un immigrato svedese.
Cambiai subito il nome in Joseph Hillström e iniziai a lavorare come facchino in un saloon a New York.
Viaggiai molto, fino al 1913, stabilendomi alla fine nell’Utah.
A lavorare nelle miniere.
In quegli anni mi ero unito all’ I.W.W - Industrial Workers of the World, il nuovo sindacato americano nato nel 1905 che raccoglieva gli elementi più combattivi della classe operaia.
Visto che sapevo suonare piano, organo, chitarra, fisarmonica e violino, iniziai a comporre.
Erano tutte canzoni sulla lotta di classe, sui diritti dei lavoratori, sugli obiettivi delle loro battaglie. Nuove parole per “attizzare le fiamme del malcontento” per attirare più lavoratori nel sindacato più bellicoso e ribelle d’America, i cui numeri erano ancora modesti.
"Rebel Girl", "The Preacher and the Slave," e, soprattutto, "Casey Jones", divennero ben presto famose, non solo in America.
Usate e cantate durante le grandi manifestazioni, i grandi raduni sindacali e durante gli scioperi.
Per tutti ero ormai diventato Joe Hill.
Non vi racconterò del tentativo fallito di rovesciare il governo messicano “per ottenere l’emancipazione e la libertà industriale della classe lavoratrice messicana”.
Ci eravamo uniti all’esercito ribelle dei fratelli Flores Magòn, ma l’esercito messicano era troppo numeroso.
Tornai negli Stati Uniti.
E dove c’era uno sciopero o una manifestazione dei lavoratori c’ero io, con le mie canzoni di protesta. Filadelfia, Spokane, Portland, San Francisco, Cleveland.
Era uno dei Wobblies, così erano chiamati i membri dell’I.W.W.
Organizzatissimi.
Con tanto di uffici e organo ufficiale, l’Industrial Worker.
Persino il libretto rosso delle canzoni, Little Red Song Book, che raccoglieva tra l’altro tutte le mie.
“Non può esservi pace mentre la fame e la povertà regnano fra i milioni di persone che lavorano”
Nel 1912 scioperarono gli addetti alla costruzione della Canadian Northern Railroad.
Volevano condizioni migliori di vita e di lavoro e un salario minimo per sopravvivere.
Fu lì che scrissi quella che ritengo la canzone più bella, "Where The Fraser River Flows".
Nel luglio del 1912 partecipai allo sciopero dei portuali a San Pedro, sempre organizzato dall’I.W.W.
Erano duecento italiani che chiedevano un piccolo aumento e la giornata di nove ore di lavoro.
Venni arrestato e condannato a un mese di prigione per “vagabondaggio”.
Ero un po’ troppo attivo per le autorità locali, ma perché accusarmi di aver rapinato un tram qualche mese prima?
Naturalmente tutti i passeggeri che si trovavano su quel tram non riuscirono a identificarmi.
Ogni scusa era buona per arrestarmi.
Patetici.
Non sapevo ancora quello stava per accadere.
E’ il 10 gennaio 1914, un sabato, quando alle dieci di sera, il proprietario John G. Morrison sta per chiudere il suo negozio di alimentari.
Con lui ci sono i figli Merlin e Arling, che sta spazzando il negozio.
All’improvviso entrano due persone armate che gridano: «Stavolta non ci scappi!».
Poi si sentono colpi di pistola.
Fu Merlin a vedere chiaramente i due uomini sparare al padre.
Corse dietro il bancone e solo allora vide che anche Arling giaceva a terra morente.
Vicino alla sua mano la pistola che il padre aveva caricato e nascosto nella ghiacciaia.
Sì perché non era la prima volta che qualcuno sparava a suo papà. Conosceva il rischio.
Suo padre era un ex poliziotto che aveva mandato in galera parecchi delinquenti.
Una vendetta quindi.
Cosa c’entro io con questa storia?
All’inizio niente. Si parlò appunto di vendetta (il negozio non era stato rapinato), e la polizia arrestò subito quattro sospettati.
Ma dopo alcuni giorni si presentò alla polizia di Salt Lake City un medico, raccontando una strana storia.
Quel sabato sera, poco dopo le 23.30 qualcuno aveva bussato alla sua porta dicendo di essere ferito perché gli avevano sparato dopo una lite per questioni di gelosia.
Lo aveva medicato e l’uomo lo aveva ringraziato raccomandandosi di mantenere il segreto su quella visita.
Il dottore conosceva l’uomo e disse alla polizia il suo nome.
Quale nome? Il mio, Joe Hill.
E’ per questo che il 13 gennaio 1914 sono stato arrestato da tre poliziotti.
Con l'accusa di aver ucciso John G. Morrison e uno dei suoi figli.
Quando mi mostrarono al figlio del negoziante disse che sì, avevo più o meno la stessa stazza dell’assassino.
Solo quello.Più o meno la stessa stazza.
Principale indiziato venni accusato ufficialmente di omicidio di primo grado.
I «padroni» di Salt Lake City me l’avevano giurata
E così l’I.W.W. iniziò una campagna in mio favore.
Con comitati in tutto il mondo, certi della mia innocenza.
"Ero una spina nei fianchi dei padroni e volevano togliermi di mezzo".
Johannes dice che non ha spazio per farmi raccontare tutto il processo.
Approfondite voi.
Joe Hill scelse la fucilazione.
Quando il capo del plotone urlò di preparare le armi, fu lui a gridare “FUOCO!”, sorridendo.
Fu dichiarato morto alle otto meno sedici del 19 novembre 1915.
Aveva 36 anni.
Le ultime parole?
“Non piangetemi: organizzatevi!"
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