Johannes Bückler
Johannes Bückler

@JohannesBuckler

25 Tweets 35 reads Mar 02, 2023
A Bergamo esiste una “Via Locatelli” e un “Parco Locatelli”.
Molti bergamaschi pensano erroneamente che siano entrambi intitolati all’aviatore Antonio Locatelli.
Non è così.
Il Parco è intitolato ai fratelli Albino, Giuseppe e Guerino Locatelli.
Di tutt’altra matrice.
Mi chiamo Mathilde «Tilly» Coumont nata il 12 giugno 1920 a Schaerbecch (Belgio).
Moglie di Guerino Locatelli.
Ci eravamo spostati in Belgio, dove “Rino” era emigrato in cerca di lavoro.
E a Auderlech (Belgio) il 18 agosto '40, era nato il nostro primo figlio, Ugo.
Il mio secondo figlio Claudio nacque invece a Lecco l’8 maggio '43
Incinta di Claudio ci eravamo sistemati in una casa a Calolziocorte.
La sera portavo il mio primogenito Ugo in soffitta per fargli vedere le lucine nel bosco.
Erano i messaggi in codice del suo papà.
Due lucine significavano un saluto, tre che a casa c’era materiale da ritirare: documenti, munizioni.
La nostra casa era un punto di riferimento per i partigiani.
Mio marito e suo fratello Albino avevano scelto i boschi della loro infanzia, per combattere i fascisti.
Poi…
Il 27 giugno 1944 in val Taleggio, ci fu un rastrellamento condotto dai fascisti e dai loro amici tedeschi contro i partigiani che si stavano formando nelle valli in seguito ai richiami alle armi della RSI.
Fu in località Buco che i rastrellatori presero il Manzoni e mio marito.
Erano dei tedeschi e i fascisti della maledetta compagnia GNR OP 612.
Mio marito Guerino, nome di battaglia “Rino” e Eugenio Manzoni vennero fucilati sul posto.
Non furono i soli.
Quei maledetti uccisero anche un civile che non si era fermato all’alt.
Ma solo perché era sordo.
Scendendo verso San Giovanni Bianco fecero scendere dal camion gli altri che avevano catturato.
Paparella, Di Candia e Fumagalli li uccisero a colpi di pistola.
Come detto il primo a cadere dei tre fratelli Locatelli fu Guerino, mio marito.
Pioveva quando recuperai il suo corpo.
Mi avevano detto che intorno ai corpi dei partigiani uccisi c’era sempre molto sangue.
Quando caricai il suo corpo su un carretto per portarlo a casa, di sangue intorno ce n’era ben poco.
Pioveva e l’acqua aveva pulito tutto.
Guerino aveva 30 anni.
Io 24, con due bambini.
Voi cosa avreste fatto?
Avreste passato il resto della vostra vita a piangere e a disperarvi? Non io.
Mio marito era appena stato ucciso dai fascisti.
Da quei maledetti.
Lasciai Claudio da una balia e Ugo, l’altro mio figlio di quattro anni, in orfanotrofio.
E con la morte nel cuore salii in montagna con i partigiani.
“Mi portò all’orfanotrofio di Gazzaniga, avevo 4 anni - racconta Ugo -. Qualche notte mi faceva visita in segreto, d’accordo con le suore, e mi lasciava piccoli regali. Una volta mi portò una palla vera”.
Le donne partigiane vengono sempre raccontate come donne crocerossine, buone a pedalare, smistare viveri e poco altro.
Donne che raramente imbracciavano il fucile.
Io ero diversa.
Chiedetele a Don Piero Arrigoni, parroco di Monterone.
Rimase sbalordito quando mi vide saccheggiare la casa del podestà con il mitra in mano.
Ed era stato lui a fermarmi mentre stavo salendo sul campanile per sparare ai fascisti e vendicare mio marito.
Ma torniamo ai fratelli Locatelli.
Dopo Guerino, tre mesi più tardi, il 26 settembre 1944, toccò ad Albino.
Partigiano come il fratello Guerino, un anno più anziano (il primo aveva 30 anni quando morì, lui 31), era un ex carabiniere che si era unito con le Fiamme Verdi di don Antonio Milesi, «Dami».
Il 25 settembre partecipò all’assalto alla Villa Masnada di Mozzo, occupata da un distaccamento tedesco.
Cercavano armi e munizioni, ma non trovarono niente. In compenso, si ritrovarono accerchiati dagli uomini della 612esima compagnia Op della Gnr del Resmini.
Albino all’inizio fu risparmiato, poi lo fecero sparire e i suoi resti non furono più trovati.
Probabilmente il suo corpo fu gettato nell’Adda. Nessuno di noi ha mai saputo se fu la morte di Guerino o quella di Albino a convincere Giuseppe, il terzo dei fratelli Locatelli.
A diventare una spia, intendo.
Lui aveva scelto la strada opposta, era entrato proprio nella compagnia di Resmini.
Il 12 dicembre 1944 i fascisti trovarono una borsa in una casa contenente alcuni rapporti segreti del segretario del Resmini.
La spia? Proprio lui,Giuseppe Locatelli
Nel frattempo lui era riuscito a fuggire in montagna e poi a Milano.
Il suo intento era quello di fuggire in Svizzera, quando venne a sapere che i fascisti avevano arrestato l’altro fratello Aquilino.
I fascisti avrebbero ucciso il fratello in vece sua.
Allora si era consegnato.
Sapeva di morire, ma "In ogni caso i nostri fratelli li ho già vendicati“.
Ai primi di gennaio scrisse a Resmini che si sarebbe costituito aggiungendo.
“So di avervi tradito: fucilatemi ma non torturatemi“
Il fratello di Giuseppe, Aquilino, fu liberato, ma io sapevo che i fascisti erano vendicativi.
Era inverno e nevicava quel giorno.
Lo portarono alla caserma Gallicciolli di Bergamo. Prima lo spogliarono, poi lo legarono sopra una lastra di marmo che si trovava nel cortile.
Lo lasciarono lì per ore e ore.
Ogni tanto usciva un fascista con un secchio di acqua gelata e glielo gettava addosso.
Alla fine venne appeso a un palo per i pollici, stretti in morsetti d’acciaio.
Ma non era finita.
Lo aspettava la stanza dove torturavano i prigionieri.
Gettato a terra ormai in fin di vita, lo calpestarono, lo bruciacchiarono e lo percossero con una violenza tale da spezzargli una gamba.
Portato nell’infermeria del carcere di Sant’Agata, il fratello Aquilino poté salutarlo la notte precedente la fucilazione.
Già. Quello che gli avevano fatto non era sufficiente. Aveva la febbre altissima.
Aveva il volto tumefatto, aveva i pollici fratturati e trascinava la gamba spezzata.
Dovette essere sorretto da due fascisti per legarlo a un palo prima di fucilarlo.
Era l’alba del 18 gennaio 1945.
E questa è la storia di Mathilde «Tilly» Coumont, e soprattutto la storia di Guerino, suo marito, e di Albino e Giuseppe Locatelli.
La storia dei tre fratelli Locatelli ai quali è dedicato il Parco Locatelli a Bergamo.
Dopo il 25 aprile «Tilly» lavorò come dattilografa presso la Commissione Lombarda per le qualifiche Partigiane.
Delusa, come tanti altri, di come venne trattata la Resistenza dopo la guerra, abbandonò ogni attività pubblica.
Finita la guerra, si risposò con Franco Ravasio, anch’egli bergamasco.
Il giorno delle nozze con loro c’era anche lui.
Quel piccolo Ugo, figlio suo e di di Guerino, che lei aveva portato all’orfanotrofio di Gazzaniga per poter andare a combattere i fascisti.
E’ morta nel 1992.

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