Johannes BĂĽckler
Johannes BĂĽckler

@JohannesBuckler

25 Tweets 22 reads Mar 02, 2023
Da tre anni eravamo al porto di Massaua, nel Mar Rosso, presso il Comando Navale dell'Africa Orientale Italiana in appoggio ai sommergibili.
Nel febbraio del 1941, l’Eritrea, dopo essere stata investita dalle forze britanniche, ormai era condannata.
Eravamo bloccati.
Ma qualche nave avrebbe potuto lasciare il Mar Rosso e salvarsi.
Tra queste la nave coloniale “Eritrea”, la mia nave. Duemilacento tonnellate di dislocamento, velocità massima sui 19 nodi, sei mitragliatrici e due coppie di cannoni da 120/50.
In totale 200 uomini d’equipaggio.
Mi chiamo Marino Iannucci, capitano di vascello e quella che sto per raccontarvi è la storia di un viaggio incredibile.
Una storia che meriterebbe maggior risalto.
Tutto ebbe inizio quando ricevetti l’ordine di abbandonare il Mar Rosso.
E mettere in salvo la nave.
All’inizio pensai che l’ordine di Supermarina fosse quello di portare la nave verso la base francese di Diego Suarez, in Madagascar, che avrei potuto raggiungere in pochi giorni.
Ma quello significava l’internamento e giustamente nessuno a bordo aveva quella intenzione.
Quando mi comunicarono la vera destinazione ebbi un sussulto.
Come avremmo potuto?
Iniziai comunque i preparativi, tenendo conto che le macchine erano ferme ormai da otto mesi.
Ora avrebbero dovuto funzionare in modo impeccabile per tutto quel tempo e per quella distanza.
Per disporre dell’autonomia sufficiente fui costretto a far riempire di nafta tutti i contenitori destinati all’acqua.
Coprii l’intera coperta con fusti di nafta.
Molto pericoloso.
Gli inglesi bombardavano Massaua ininterrottamente. Se la coperta fosse stata colpita, addio nave.
Era il 18 febbraio 1941 quando lasciammo Massaua.
La prima notte e la giornata successiva trascorsero senza incidenti
La navigazione nel Mar Rosso era una delle incognite peggiori di quel lungo viaggio.
Una via d’acqua sottile che all’estremità meridionale si riduce.
Si riduce a un vero budello: lo Stretto di Perim.
Non era solo l’esiguità del passaggio, ma il tutto era aggravato da secche madreporiche, capaci, al minimo urto, di tagliare la pancia della nave.
La costa occidentale era però ancora in mano italiana.
Anche se gli inglesi erano ovunque.
Il capitano Simeoni riusciva a non far uscire faville dal fumaiolo, ma di notte la scia lasciata dalla nave era visibile a causa della fosforescenza tropicale. Insomma, passare lo Stretto di Perim risultava un’impresa disperata.
Fortunatamente avevo una capacitĂ  importante: ero specializzato in idrografia; conoscevo quei fondali a memoria.
Fu così, che con l’aiuto dell’ufficiale di rotta, il tenente di vascello Camillo Villani, iniziammo a navigare il più vicino possibile alla costa in mano italiana.
Sulle secche? Certo.
O meglio, nelle fessure tra le secche e gli scogli, dove la navigazione era al riparo dagli inglesi.
Per vedere al buio disponevano di “radar umani”.
Venti eritrei comandati da Mohammed Shun Omar, in grado di vedere al buio.
In grado? Insomma.
Ricordo che continuavo a chiedere: «Vedi qualcosa? Vedi scogli?»
La risposta dei “radar” era sempre la stessa.
“Non vedere niente», anche quando noi vedevamo benissimo la costa dancala.
Il dubbio iniziò a serpeggiare quando all’alba ci accorgemmo di aver superato lo stretto.
Navigavamo ormai nel golfo di Aden quando inviai a Supermarina una sola lettera: la beta.
Significava che l’impresa si poteva fare
Avevamo dimostrato che Perim non era affatto inviolabile.
«Vedi niente?»
«Non vedere niente» rispose Omar come sempre.
«E quella?», urlai.
«Mare grande, troppo grande» rispose.
Eravamo entrati nell’Oceano indiano e il mare era veramente troppo grande, ancora nel raggio d’azione delle basi nemiche di Aden, ma quell’incrociatore ausiliario britannico, a differenza sua, io lo vedevo benissimo.
«Tutti ai posti di combattimento!».
Mentre io manovravo, Bruzzone, direttore di tiro, preparava a far fuoco con i suoi quattro 120/50
La distanza tra le due navi andò via via diminuendo. Poi improvvisamente il nemico rinunciò ad attaccarci. Una fortuna.
Eravamo salvi, almeno per il momento.
Con dei problemi da risolvere.
Diedi ordini precisi.
Da quel momento non sarebbero stati gli eritrei a fare da radar, ma ufficiali italiani, montando di guardia in cima all’albero più alto.
C’era però un altro problema.
La nave inglese poteva aver mandato il segnale di scoperta.
L’Eritrea doveva aspettarsi attacchi sia dal mare che dal cielo.
Valeva la pena di proseguire verso l’obiettivo iniziale? Sì, ne valeva la pena.
Ma il 22 febbraio, al calar della notte, avvistammo un'unitĂ  nemica.
Era una vedetta britannica che sorvegliava a distanza le acque di Aden.
Riuscimmo a far perdere le nostre tracce utilizzando dei fumogeni.
Eravamo stati fortunati ancora una volta.
Qualcosa non aveva certamente funzionato nel perfetto ingranaggio dell’organizzazione britannica.
Avevamo ora un buon vantaggio, distanti da Aden e dalla costa del Kenya.
Il morale a bordo era altissimo.
L’Eritrea era stata concepita come nave di rappresentanza, ma stava dimostrando doti fuori dal comune.
Comoda, veloce e con una efficiente cella frigorifera.
Il cibo buono e abbondante.
Certo, mancavano le verdure, ma in compenso avevamo molta carne.
E poi pastasciutta, condita con pomodoro, mentre un cuoco siciliano confezionava un pane squisito
Solo le patate non erano commestibili.
«Un’autentica schifezza».
Festeggiammo il passaggio dell’equatore con una cerimonia.
Qualcuno, travestito da Nettuno, si divertì a rovesciarci addosso dei secchi d’acqua di mare.
Gli ascari passavano il tempo a pregare Allah prosternandosi in direzione della Mecca.
Poca vista, ma senso dell’orientamento.
Dopo alcuni giorni virammo a est, verso le Indie Olandesi.
VelocitĂ  a 10 nodi per limitare il consumo.
E così l’11 marzo, dopo aver attraversato tutto l’oceano Indiano, ci trovammo di fronte lo sbarramento delle Isole della Sonda. Olandesi.
E con l’Olanda non correva buon sangue.
Continuammo la navigazione verso lo stretto di Alor, dove si apre il mar delle Molucche.
Giungendo così in prossimità del Pacifico.
Fino a quel momento i fusti vuoti venivano gettati in mare dopo essere stati tagliati.
Lì ne gettammo uno integro con tanto di colori italiani.
Dopo altri seimila chilometri di navigazione, un giorno solo dal porto d’arrivo, avvistammo un incrociatore. Pensammo che non era giusto dopo 17.000 chilometri e 32 giorni di navigazione.
Esultammo quando vedemmo che issava la bandiera nipponica.
Una liberazione.
Eravamo arrivati al porto di Kobe, nel Giappone neutrale. La nostra meta iniziale.
Dopo l’8 settembre raggiunsi Ceylon.
Tornai in Italia nel 1946.
E l’Eritrea?
Ceduta a titolo di riparazione alla Francia fu usata come bersaglio per esperimenti balistici.
Affondata nel Pacifico.

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